La ripresa non è un pranzo di gala

A chi troppo e a chi nulla. “Bolla” negli Stati Uniti e “deflazione” in Europa. Sono questi, nelle ultime settimane, i due termini più utilizzati da quegli osservatori che provano a spingersi con lo sguardo oltre l’immediata attualità, caratterizzata da mercati finanziari piuttosto placidi. Oltre l’Atlantico si rafforzano le voci di chi ragiona sul rialzo dei prezzi che rischia di autoalimentarsi, imboccando un sentiero in salita che si interromperà solo quando tutti gli operatori si convinceranno che sollevarsi ancora di più è impossibile. A quel punto seguirà il crollo rapido, lo sgonfiamento della bolla. Da questa parte dell’Atlantico, invece, l’effetto assomiglia a quello di una valanga.
18 GEN 14
Ultimo aggiornamento: 06:25 | 12 AGO 20
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A chi troppo e a chi nulla. “Bolla” negli Stati Uniti e “deflazione” in Europa. Sono questi, nelle ultime settimane, i due termini più utilizzati da quegli osservatori che provano a spingersi con lo sguardo oltre l’immediata attualità, caratterizzata da mercati finanziari piuttosto placidi. Oltre l’Atlantico si rafforzano le voci di chi ragiona sul rialzo dei prezzi che rischia di autoalimentarsi, imboccando un sentiero in salita che si interromperà solo quando tutti gli operatori si convinceranno che sollevarsi ancora di più è impossibile. A quel punto seguirà il crollo rapido, lo sgonfiamento della bolla. Da questa parte dell’Atlantico, invece, l’effetto assomiglia a quello di una valanga: le attese di prezzi in discesa trascinano i prezzi ancora più in basso, una profezia che potrebbe autoavverarsi portando il continente – o perlomeno la sua parte meridionale – verso un inferno fatto di domanda stagnante e debiti sempre più onerosi da ripagare.
Ieri, sulla prima pagina del Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, l’editoriale di Gianni Toniolo era intitolato “Ora gli Stati Uniti possono ritornare locomotiva”. Parola di europeo e di storico dell’economia che riconosce agli Stati Uniti di avere “sostanzialmente appreso” la lezione degli anni Trenta, come dimostra “un uso coraggioso, al limite della spregiudicatezza, della politica monetaria” e “un’intonazione adeguatamente espansiva di quella fiscale”. E invece imputa all’Europa di avere “metabolizzato meno bene” la stessa lezione del Ventinove. L’articolo era affiancato però da un altro editoriale, del premio Nobel statunitense Robert J. Shiller, più dubitativo: “Ma l’epopea delle ‘bolle’ non è ancora alle spalle”. Alla vigilia del crac di Lehman Brothers (2008), fu fatale il rigonfiarsi dei prezzi immobiliari, ricorda Shiller; oggi altri dossier rimangono irrisolti, incluso quello degli istituti finanziari considerati “troppo grandi per fallire”. “The bubble is back”, ha scritto sul New York Times Peter J. Wallison, fellow dell’American Enterprise Institute e già membro della commissione d’inchiesta creata nel 2009 dal presidente Barack Obama per indagare sulle radici della crisi. La bolla immobiliare, sostiene Wallison, non è così difficile da riconoscere, perlomeno negli Stati Uniti. E’ sufficiente ricordare che se i prezzi delle case aumentano molto più velocemente dell’inflazione media, allora le famiglie preferiranno cominciare ad affittare. Perciò, quando i prezzi delle case da acquistare divergono in maniera significativa dai prezzi degli affitti, ecco che bolla ci cova. E’ andata così nei primi anni 2000, e sta succedendo di nuovo: tra l’inizio del 2011 e il terzo trimestre 2013, il tasso di crescita dei prezzi delle case è stato pari al 5,83 per cento, quello degli affitti del 2 per cento. Di nuovo, dice Wallison, pesano gli incentivi governativi troppo generosi per chi vuole comprare casa.
Poi c’è la potenziale, e più spesso evocata, bolla finanziaria. Perfino Ben Bernanke, nella sua ultima apparizione pubblica da governatore della Fed, giovedì scorso, dopo aver illustrato ancora una volta la ratio delle sue scelte di politica monetaria espansiva, ha detto di ritenere che bolle e instabilità finanziaria sono gli unici rischi – solo “potenziali” ma “francamente credibili” – connessi agli acquisti massicci di asset da parte della Banca centrale americana. Per ora però gli Stati Uniti – che secondo l’Ocse sono cresciuti nel 2013 dell’1,7 per cento e nel 2014 cresceranno del 2,9 per cento – hanno beneficiato soprattutto degli effetti positivi dello stimolo monetario. Non solo i tassi sul debito federale a lungo termine sono rimasti bassissimi, con sollievo per le finanze pubbliche. La politica monetaria è stato un toccasana pure per molte imprese private: “Quando Andy Franco avviò la Fluid-Quip Inc., nel 1987 – ha raccontato Francesco Guerrera sul Wall Street Journal – i tassi d’interesse sui prestiti bancari erano attorno al 13 per cento annuo. Oggi la società di Springfield, in Ohio, che produce macchinari per l’industria agroalimentare, paga circa il 4 per cento di interessi al suo creditore, la banca Huntington Bancshares”. E il recente reportage sugli effetti del Quantitative easing di Bernanke, scritto dal caporedattore finanziario del quotidiano di Rupert Murdoch, è pieno di storie simili.
A chi troppo credito, negli Stati Uniti, e a chi nulla, in Italia. E’ quanto emerge dal primo “Bollettino” del 2014 pubblicato ieri dalla Banca d’Italia, nel quale si legge che i prestiti alle imprese si sono ridotti di un altro 7,3 per cento in ragione d’anno nei tre mesi terminati a novembre (meno 2,1 per le famiglie). La politica monetaria della Banca centrale europea, e in particolare l’impegno di Mario Draghi ad acquistare illimitatamente titoli di stato dei paesi in difficoltà, ha salvato l’euro dal collasso, ma l’economia reale ancora non se n’è accorta: il costo medio dei nuovi prestiti alle imprese – 3,4 per cento, quando vengono erogati – rimane “al di sopra di quello medio dell’area euro”. La Banca d’Italia è più pessimista del governo Letta: se quest’ultimo stima un pil in crescita dell’1,1 per cento nel 2014, Palazzo Koch si ferma allo 0,7. Abbastanza per cancellare le speranze di un’inversione di rotta sulla disoccupazione (che crescerà infatti fino al 12,9 per cento nel 2015) e sulla riduzione del rapporto deficit/pil. In cauda venenum: “Il rischio di una deflazione generalizzata resta nel complesso modesto ma il calo dell’inflazione potrebbe essere più accentuato e persistente di quanto prefigurato”. E se del “rischio deflazione” scrivono i prudenti economisti della Banca d’Italia, il segnale è forte. Così adesso anche Pier Carlo Padoan, intervistato ieri dal Wsj in qualità di capoeconomista uscente dell’Ocse, prescelto da Letta per guidare l’Istat, suggerisce esplicitamente alla Bce la strada del Quantitative easing (cioè dell’acquisto di asset e titoli, come fa la Fed). Se la prospettiva è la deflazione, chi non ha la “bolla” almeno se la augura.